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Cosa farà la BCE? Si naviga a vista

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Nell’ultima riunione la BCE ha lasciato i tassi di interesse invariati. La motivazione è da rintracciare non tanto nel rischio di rialzo dell’inflazione che permane, quanto nei rischi al ribasso per la crescita economica che si sono intensificati.

In sostanza, la prospettiva di orientare la politica monetaria verso l’obiettivo di stabilizzazione finanziaria di medio periodo del 2% per l’inflazione non cambia, ma non sapere quanto tempo durerà la situazione di conflitto in Medio Oriente che ha innescato la crisi energetica in corso, fa assumere un approccio di breve periodo, senza vincolarsi a un percorso delineato di andamento dei tassi. 

È vero che ovunque si legge di un orientamento al rialzo dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, dato che la situazione è sistemica, ma la questione è davvero complicata.

Infatti, aumentare i tassi per stabilizzare l’inflazione comporta un chiaro pericolo alla crescita dell’economia reale. Nel primo trimestre 2026 l’accesso al credito delle imprese nell’Area Euro è diventato molto più caro. Viene segnalato un aumento dei tassi dal 26% delle aziende, un incremento dei costi accessori dal 37% delle aziende e maggiori richieste di garanzie dal 14% (Fonte: Trentottesima rilevazione SAFE – Survey on the Access to Finance of Enterprises, condotta tra il 19 febbraio e il 1° aprile 2026 su 10.544 aziende). Segnali che evidenziano uno stato di difficoltà in corso per l’accesso ai finanziamenti, poiché il credito è più selettivo e maggiormente oneroso per le aziende che ne hanno bisogno.

Inoltre, il clima in prospettiva a causa del contesto economico generale non sembra essere favorevole, quindi, le attese delle aziende sono quelle di una riduzione della disponibilità di finanziamenti esterni.

C’è poi il tema legato alle prospettive reddituali, elemento fondamentale per valutare il merito creditizio delle imprese. 

Secondo l’indagine SAFE citata, il 16% delle aziende ha registrato una riduzione dei profitti, rispetto al 10% del trimestre precedente. C’è da dire che le aspettative convergono verso una moderata ripresa, con l’attesa di un aumento del fatturato nel trimestre successivo per il 29% delle imprese e l’aspettativa di una crescita degli investimenti per il 13%.

Mi chiedo, dunque, un eventuale aumento dei tassi di interesse è la risposta giusta? 

Il rischio di una crescita rallentata dell’Italia è già nelle stime ufficiali che vedono soltanto un +0,5% nel 2026. Tra l’altro, è notizia fresca quella che l’Italia sta per sorpassare la Grecia, diventando il Paese europeo con il più alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. La crescita del rapporto debito/PIL calcolata nel Documento di finanza pubblica è del 138,6% dal 137,1% del 2025. Mentre la Public Debt Management Agency greca prevede una netta discesa dal 146,1% del 2025 al 136,8% per quest’anno. E la chiave è, e rimane, la crescita economica. Nel sistema europeo la mancanza di crescita economica è il maggior danno, tanto che chiunque può osservare che, stando al denominatore, se il PIL aumenta il rapporto scende.

Un aumento dei tassi di interesse per stabilizzare l’inflazione non favorirà i finanziamenti alle imprese, tantomeno la crescita economica. Lo scenario di stagflazione rimane all’orizzonte come un reale problema.

Inoltre, con l’aumento del debito pubblico e dei tassi di interesse cresce l’importo da parte dello Stato da versare agli investitori in Bot e BTP, che incide sui conti della finanza pubblica.

Come si risolve? Essere nei panni delle banche centrali non è un compito facile di questi tempi.

Normale, quindi, prendere tempo. 

Maria Luisa Visione