Meno Governo sul fronte banche, ma sul Monte lo Stato deve restare. Anzi no, deve uscire. Elly Schlein e Matteo Renzi condividono da Cernobbio l’accusa all’esecutivo di essersi intromesso troppo nelle partite bancarie, ma quando il discorso arriva alla quota del Tesoro in Mps le loro posizioni diventano speculari: la leader del Pd chiede di mantenerla, quello di Italia Viva di venderla. Nel mezzo c’è il futuro di Rocca Salimbeni e c’è Delfin, azionista al 17,53%, che con Leonardo Maria Del Vecchio mette sul tavolo i criteri con cui valuterà le operazioni in campo: migliore offerta economica, prospettive future e attenzione al sistema Paese.
A riaccendere il confronto è Schlein, intervenuta al Forum Teha di Cernobbio. “Ho sempre ritenuto che il governo sia entrato a gamba tesa” nel dossier Mps, ha affermato la segretaria dem, accusando l’esecutivo di aver sbagliato “nelle questioni del risiko bancario”. Schlein ha richiamato anche la vicenda UniCredit-Banco Bpm, sostenendo che l’azione del Governo avrebbe finito per favorire la partecipazione francese in Piazza Meda, “alla faccia del sovranismo e del nazionalismo che tanto annunciano”.
Per la leader del Pd, il principio dovrebbe essere quello di tenere la politica lontana dalla costruzione delle aggregazioni. “Il governo non dovrebbe intromettersi a gamba tesa in queste questioni per favorire cordate”, ha detto. Ma è sul futuro della partecipazione pubblica in Rocca Salimbeni che la posizione di Schlein assume un peso particolare anche nel dibattito senese. Alla domanda se il Mef debba dismettere la quota ancora detenuta in Mps, la risposta è stata netta: “No”.
Secondo Schlein, la presenza pubblica dovrebbe essere mantenuta a garanzia degli interessi generali. “Abbiamo chiesto invece proprio a garanzia dell’unica cosa che deve interessare un governo e cioè un sistema bancario solido in grado di servire bene le imprese e i cittadini e le famiglie e anche naturalmente salvaguardare occupazione”. Per questo, ha aggiunto, “noi abbiamo sempre chiesto invece di mantenere quella partecipazione in questo contesto”.
Una posizione che incrocia direttamente il confronto aperto a Siena, dove Comune, Provincia e Regione hanno costruito nelle ultime settimane un fronte istituzionale per chiedere la tutela dell’integrità di Mps e del suo radicamento territoriale. Il Consiglio comunale ha ribadito all’unanimità il 2 settembre la linea già fissata nella mozione del 24 giugno, mentre il giorno successivo è stato costituito un coordinamento permanente tra Regione Toscana, Provincia, Comune e parlamentari eletti in Toscana per seguire l’evoluzione della banca.
Se Schlein vuole mantenere il Mef nel capitale, Matteo Renzi arriva alla medesima critica sull’interventismo del Governo imboccando però la strada opposta. Sempre da Cernobbio, il leader di Italia Viva ha sostenuto che “il Tesoro dovrebbe uscire dal capitale di Mps”. Secondo Renzi, “il fatto che stia ritardando l’uscita è la dimostrazione del fatto che Giorgetti immagina di giocare un ruolo”.
Il bersaglio dell’ex presidente del Consiglio è la gestione complessiva del risiko. “Il governo ha fatto danni sul risiko bancario”, ha affermato, tornando sull’utilizzo del Golden Power nell’operazione UniCredit-Banco Bpm. “Domandate al ministro dell’Economia con quale logica si è messo contro un’operazione di mercato di UniCredit su Bpm sostenendo di poter utilizzare il golden power contro una banca italiana”.
Renzi ha rincarato la dose: “Io la trovo una cosa immonda che nel silenzio della comunità finanziaria è stata perpetrata da Giorgetti per interesse dei leghisti”. E ancora: “Il golden power contro una delle principali banche italiane è uno scandalo”. Secondo il leader di Italia Viva, dopo lo scontro con Andrea Orcel, il ministro dell’Economia starebbe adesso cercando “di intralciare Messina e Cimbri”.
Renzi ha precisato di non voler scegliere tra le operazioni sul tavolo. “Io non entro nel merito del risiko bancario, che non mi riguarda, dico che il ministro dell’Economia dovrebbe rispettare in generale gli operatori del mercato ma soprattutto quando ci sono gli italiani”.
Sul futuro della banca senese pesa naturalmente anche la posizione dei suoi grandi azionisti. Leonardo Maria Del Vecchio, considerando il peso di Delfin nel capitale di Mps, dove la holding detiene il 17,53%, interpellato sulla preferenza tra le due Opas che coinvolgono il futuro del Monte ha risposto: “Non ce l’ha ancora chiesto, spero che ce lo chiederà”, aggiungendo che “le banche sono un investimento finanziario”.
Il criterio con cui Delfin guarderà alle operazioni sarà economico, ma non soltanto. “Credo che tutti i soci di Delfin ragioneranno per identificare la migliore offerta economica e la migliore prospettiva per il futuro”, ha spiegato Del Vecchio, precisando che la valutazione sarà effettuata “senza tralasciare la doverosa attenzione al sistema paese Italia”.