Un tumore aggressivo, metastasi già arrivate al cervello e una prospettiva che per lungo tempo, dopo la diagnosi, è stata di pochi mesi. Da Siena arriva però uno studio che cambia il quadro: grazie alla doppia immunoterapia, oltre il 30% dei pazienti trattati è vivo a dieci anni.
Il risultato arriva dallo studio NIBIT-M2 dell’Aou Senese, presentato al congresso mondiale ASCO di Chicago.
Si tratta del primo studio al mondo a dimostrare una sopravvivenza superiore al 30% a dieci anni nei pazienti con melanoma e metastasi cerebrali asintomatiche trattati con la combinazione di ipilimumab e nivolumab. Un risultato considerato di particolare rilievo perché riguarda una condizione che, fino a pochi anni fa, era associata a una prognosi molto sfavorevole.
Lo studio è stato realizzato dall’Uoc Immunoterapia Oncologica dell’Aou Senese, diretta dal professor Michele Maio, ordinario di Oncologia Medica dell’Università di Siena e presidente della Fondazione NIBIT, che ha promosso la ricerca. I risultati finali sono stati presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology da Anna Maria Di Giacomo, professoressa ordinaria di Oncologia Medica all’Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del Centro di Immuno-Oncologia dell’Aou Senese.
“Le metastasi cerebrali da melanoma sono associate a una prognosi particolarmente sfavorevole e a una gestione clinica molto complessa. Per molti anni questi pazienti non hanno avuto opzioni terapeutiche efficaci e una sopravvivenza di pochi mesi”, spiega la professoressa Di Giacomo.
NIBIT-M2 è uno studio di fase III, multicentrico e randomizzato, che ha coinvolto pazienti con melanoma metastatico e metastasi cerebrali attive, non trattate e asintomatiche, arruolati in nove centri italiani. I pazienti non avevano ricevuto precedenti terapie sistemiche per la malattia avanzata.
La ricerca ha confrontato tre strategie: la chemioterapia con fotemustina, la combinazione di ipilimumab e fotemustina, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. L’obiettivo principale era valutare la sopravvivenza globale, mentre tra gli obiettivi secondari rientravano il controllo della malattia, anche a livello cerebrale, e la sicurezza del trattamento.
Dopo un follow-up mediano di 125 mesi, il gruppo trattato con ipilimumab e nivolumab ha mostrato una sopravvivenza globale a dieci anni pari al 32%. La sopravvivenza specifica per melanoma ha raggiunto il 36%, mentre la sopravvivenza libera da progressione intracranica a dieci anni è risultata pari al 29%.
“Questi dati dimostrano che una quota significativa di pazienti con melanoma e metastasi cerebrali può ottenere un beneficio molto prolungato nel tempo dalla doppia immunoterapia”, sottolinea Di Giacomo. “Non parliamo solo di un prolungamento della sopravvivenza, ma della possibilità concreta, per molti pazienti, di mantenere il controllo della malattia a lungo termine”.
Un altro elemento importante riguarda il trattamento nel lungo periodo. Tra i pazienti vivi a dieci anni trattati con ipilimumab e nivolumab, il 70% non ha ricevuto più alcuna terapia antitumorale. Un dato che rafforza l’ipotesi di un controllo persistente della malattia anche dopo la sospensione dell’immunoterapia.
“NIBIT-M2 mostra che l’immunoterapia può essere efficace anche in presenza di metastasi cerebrali asintomatiche e che il beneficio può mantenersi nel lunghissimo periodo”, commenta il professor Maio. “Il dato a dieci anni è importante perché sposta la prospettiva di vita dei pazienti: in una malattia storicamente associata a una prognosi molto severa, oggi possiamo osservare pazienti vivi a lungo termine e, in molti casi, senza necessità di continuare le cure”.
Accanto ai risultati clinici, lo studio ha valutato anche alcuni marcatori biologici attraverso la biopsia liquida, cioè l’analisi del DNA tumorale circolante nel sangue, nell’ambito del programma AIRC “5 per mille” EPICA, coordinato dal professor Maio. I risultati suggeriscono che il profilo di metilazione del DNA possa aiutare a individuare i pazienti destinati a beneficiare più a lungo dell’immunoterapia, monitorando la risposta in modo non invasivo.