Alessandro Carbonare e il Quartetto Adorno al Chigiana International Festival

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La loro presenza congiunta sul palco è già, di per sé, un evento. Domenica 26 luglio, alle ore 21.15, il Salone dei Concerti di Palazzo Chigi Saracini ospita il clarinettista Alessandro Carbonare, prima parte dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e tra i più celebrati strumentisti della sua generazione a livello internazionale, e il Quartetto Adorno, composto da ex allievi dell’Accademia Chigiana – Edoardo Zosi e Liù Pelliciari ai violini, Benedetta Bucci alla viola, Maria Salvatori al violoncello – oggi tra i quartetti più affermati e apprezzati della sua generazione, anche sulla scena internazionale.

Il programma della serata rivela il profondo senso di affinità che Hans Werner Henze nutriva per il suo illustre predecessore Johannes Brahms: un legame che scorre sotterraneo come un fiume carsico, per riemergere in alcuni orientamenti fondamentali della sua scrittura – dalla stessa idea di un Requiem «senza parole», affidato ai soli strumenti, fino alla presenza dichiarata di Brahms nel suo universo sonoro. Nel Tristan per pianoforte, nastri magnetici e orchestra (1973), Henze cita apertamente l’inizio della Prima Sinfonia brahmsiana: una presenza forte e ambivalente, segno di quanto la musica di Brahms abitasse in profondità la sua immaginazione.

Il Terzo Quartetto di Henze e il Quintetto in si minore op. 115 di Brahms sono due opere che parlano linguaggi distanti nel tempo, eppure contigui nell’anima: abitate entrambe da un’inquietudine che cerca forma, da un dolore che non rinuncia alla bellezza.

Henze compose i suoi cinque Quartetti per archi – forma cameristica da sempre considerata il banco di prova per ogni compositore – nell’arco di trent’anni (1947-1977). Il Terzo, composto nel 1975-76 subito dopo l’opera We come to the River e percorso dallo stesso contenuto tragico, è concepito come un’ode funebre a quattro voci in un solo movimento: un mottetto strumentale alla maniera di un ricercare, in cui gli archi suonano sempre, rinunciando a ogni effetto esteriore. La scrittura, di serrata densità contrappuntistica, interroga il linguaggio stesso della musica da camera, ne esplora le tensioni interne, ne rivela le fratture. Non consola: costringe all’ascolto.
Ed è proprio questa disposizione all’ascolto profondo che prepara il terreno al capolavoro brahmsiano. Il Quintetto op. 115 – scritto nel 1891, tra gli ultimi lavori di Brahms – è musica di congedo e di sintesi: la malinconia vi è trasfigurata in architettura, il rimpianto in forma.

L’opera nacque dall’incontro con il clarinettista Richard Mühlfeld, la cui arte persuase il compositore – che aveva già dichiarato conclusa la propria carriera – a riprendere la penna. In quattro movimenti di straordinaria densità emotiva, Brahms affida al clarinetto una voce insieme solistica e cameristica, capace di fondersi con il tessuto degli archi o di elevarsi al di sopra di esso con accenti di struggente lirismo: la voce dell’interiorità, che dice ciò che gli archi da soli non potrebbero.