Chigiana international festival, Morante e Genet, il mito e il carcere: due capolavori del “teatro immaginario” a Sant’Agostino

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Il dialogo del Chigiana International Festival con Hans Werner Henze, nell’anno del centenario della nascita, prosegue giovedì 9 luglio alle 21.15, nella Chiesa di Sant’Agostino a Siena, con due dei suoi capolavori più rari e visionari: la Cantata della fiaba estrema, su versi di Elsa Morante, e Le miracle de la rose, ispirato a Jean Genet. Due pagine in cui parola, visione e suono si intrecciano in una dimensione scenica sospesa, quella che Henze chiamava il “teatro immaginario”.

Sul podio Andrea Molino, tra i nomi di riferimento della direzione del repertorio contemporaneo e a sua volta compositore di fama internazionale, alla guida di una prestigiosa compagine musicale: il soprano Maria Eleonora Caminada, il clarinetto solista di Alessandro Carbonare – tra i più celebri clarinettisti al mondo -, il Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini” diretto da Lorenzo Donati, il Chigiana Chamber Ensemble – con ospiti di assoluto rilievo quali il trombonista e compositore svedese Ivo Nilsson, il contrabbassista Giuseppe Ettorre, il cornista Gabriele Falcioni e il trombettista Andrea Cavallo – l’Ensemble degli Intrigati del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano e il Chigiana Percussion Ensemble. Lo spettacolo è realizzato in coproduzione con il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano.

Composta nel 1963 per soprano, coro da camera e tredici strumenti, la Cantata della fiaba estrema nasce dall’amicizia tra Henze ed Elsa Morante e mette in musica la poesia Tu sei la fiaba estrema, dalla raccolta Alibi (1958). È considerata una delle pagine più estatiche del compositore. Attorno al verso-motto “Solo chi ama conosce”, che torna come un’eco lungo tutta la partitura, Morante intreccia i temi a lei più cari – l’innocenza, la dialettica tra bene e male, il destino – in una visione fiabesca e mitica della realtà, dove l’aggettivo “estrema” allude a un limite ultimo, a una verità assoluta, a una disperata necessità di mito e di magia.

Fu proprio quella comune sensibilità per il mito, il mistero, la fiaba e l’infanzia a legare Henze e d Elsa Morante. Per dare voce a quei versi il compositore guardò alla cantata luterana e in particolare a Johann Sebastian Bach: di lì l’alternanza tra sezioni corali e solistiche, il serrato avvicendarsi di lirismo e declamazione che trasfigura l’antica coppia aria-recitativo in tensione quasi drammaturgica. Una scrittura di straordinaria varietà, in cui convivono libera atonalità, reminiscenze dell’organum medievale e del madrigale, echi del sacro di Stravinskij.

Alla stessa idea di una musica che “abbia sempre qualcosa da comunicare” appartiene Le miracle de la rose. Teatro immaginario II (1981), per clarinetto solista e tredici strumenti, ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Jean Genet. Senza una parola cantata, la musica traduce in suono i temi e le atmosfere del libro: la vita carceraria, la solitudine, il desiderio, la redenzione. Vi si condensano alcuni tra i motivi più cari a Henze – l’attenzione per gli esclusi, l’eros e gli amori omosessuali, la sofferenza umana trasfigurata in atmosfere oniriche e immagini di fiabesco candore. La prima esecuzione ebbe luogo a Londra il 26 maggio 1982, con Antony Pay solista e direttore.

Se Shakespeare, con la rosa di Romeo e Giulietta, rifletteva sulle convenzioni dei nomi, e Gertrude Stein la usava per liberare il linguaggio dai suoi cliché, Genet compie un gesto radicalmente diverso: fa della rosa un simbolo mistico, sacro ed erotico insieme, capace di trasfigurare la degradazione del carcere in pura bellezza. È in questa alchimia – il fango che diventa luce – il cuore segreto della serata.