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Da Siena al mondo, un libro racconta l’architettura di Milani: “Siamo ambasciatori degli insegnamenti di questa città”

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Parte da Siena, attraversa l’India, l’Olanda e il Giappone, ma continua a portarsi dietro una domanda precisa: che cosa può dire oggi l’architettura nata dentro una città antica al mondo contemporaneo? È il filo che attraversa “Andrea Milani. Architetture”, il volume Electa dedicato al lavoro dell’architetto senese e del suo studio, presentato nella sala Italo Calvino del Santa Maria della Scala.

Il libro, curato da Marco Mulazzani, raccoglie una selezione di progetti sviluppati nell’arco di trent’anni. Non solo un catalogo di opere, ma il racconto di un metodo: partire da Siena, dalla sua storia e dalla sua capacità di leggere i luoghi, per costruire architetture capaci di dialogare con contesti molto diversi tra loro.

“Siena unisce i punti – ha spiegato l’architetto -. È uscito fuori un disegno che ci sta portando sempre più lontani ed è un motivo anche per esportare tutto quello che abbiamo potuto apprendere dalla nostra città, di cui siamo ambasciatori abbastanza impegnati”.

Per Milani, il valore dell’architettura italiana nel mondo sta soprattutto nella capacità di interpretare il contesto. Una qualità che nasce anche dalla tradizione culturale del Paese e che diventa strumento di lavoro in scenari internazionali. “C’è grande attenzione per l’architettura italiana a giro per il mondo. Viene riconosciuta una grande capacità di contestualizzazione dei progetti: fa parte del nostro background e della nostra tradizione”.

Da qui il percorso dello studio, che negli anni ha lavorato in India, Olanda e ora guarda anche al Giappone. “Arrivare a giro per il mondo facendo progetti che hanno una grande base culturale è oggettivamente un vantaggio che ti permette di intercettare lingue e connessioni molto diverse tra loro”, ha sottolineato l’architetto.

Il rapporto con Siena resta però centrale, anche quando i progetti portano lontano. Milani racconta una città più presente nel mondo di quanto spesso si immagini. “Siena è presente molto più di quello che si possa pensare”, ha detto. E cita l’India: “A Mangalore ci sono venticinque ristoranti italiani divisi essenzialmente in due catene: una si chiama Toscana, una si chiama Chianti. Quella Toscana è arredata con fotografie della campagna senese”.

Un legame che diventa anche relazione umana e culturale. “Ho portato molti indiani, presidenti dell’agenzia aerospaziale privata Dynamatic, qui a vivere il Palio. Sono già tartuchini ovviamente”, ha aggiunto Milani. Un esempio che racconta come il lavoro dello studio non sia soltanto progettazione, ma costruzione di rapporti, scambi e riconoscimenti reciproci.

Il libro, nelle intenzioni dell’autore, racconta proprio questo: non la quantità dei progetti, ma ciò che li tiene insieme. “È una selezione di lavori fatta nell’arco di trent’anni”, ha spiegato. “Quello che è bello di questo libro, al di là del valore che può essere riconosciuto nei progetti o meno, è cosa li tiene insieme: il senso di un impegno e di una disciplina”.

Milani definisce il proprio studio “uno studio di relazione e non di servizi”. Una formula che contiene il nucleo della sua idea di architettura: non un’attività ridotta alla prestazione tecnica o alla produzione di immagini, ma una disciplina capace di entrare nei luoghi, comprenderli e costruire connessioni.

“È vero, i giochi sono diversi, ma l’uomo è l’uomo: ti devi sintonizzare”, ha detto. “Arrivare in India, avere le ombre delle palme e i profumi delle spezie nelle strade non è come avere Pippo Castagna a Sant’Agostino. Però c’è un common ground, qualcosa che permette all’umanità ancora di resistere”.

Da qui l’invito finale, che è anche una dichiarazione di poetica professionale: recuperare il ruolo dell’architetto come figura intellettuale. “L’invito è ripristinare la disciplina dell’architetto come disciplina intellettuale, e non come un prestatore di servizi o un rappresentante di lifestyle. Questo non è quello che facciamo noi”.

Katiuscia Vaselli