I tre mangini di Giustarini, tra il sogno e il “Grande Gigante”: “Con Tittia non erano concesse sbavature”
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C’è chi è tornato indietro di vent’anni, chi si è ritrovato accanto all’uomo che da bambino guardava come un eroe e chi, alla fine, rivendica una qualità semplice: portare fortuna. Andrea Tiribocchi, Mirco Mazzini e Andrea Berni detto Dinde sono i tre mangini che hanno accompagnato Fabio Giustarini nel Palio che ha riportato il Nicchio alla vittoria dopo 28 anni. Tre generazioni ed esperienze diverse, unite in una Capitaneria che si è trovata tra le mani Anda e Bola e ha affidato il cavallo a Giovanni Atzeni detto Tittia.
Per Mirco Mazzini partire con i favori del pronostico non ha reso quei giorni più semplici. «Non è stato un Palio facile. Quando parti da superfavorito sono sempre quattro giorni non facili, perché sembra tutto facile, ma poi c’è da correre il Palio». Per lui non era la prima esperienza e proprio questo gli ha permesso di viverla diversamente: «La seconda volta me la sono goduta in un’altra maniera, perché già conoscevo certe dinamiche. Poi fare il Palio con Fabio Giustarini, che mi ha cresciuto, un gruppo di amici così e il numero uno della Piazza indiscusso, Giovanni Atzeni, è un’altra roba».
Una soddisfazione che Mazzini dedica soprattutto alla Contrada e a chi non ha potuto vedere la fine dell’attesa: «Sono felice per la Contrada e se lo merita, per tutti i ragazzi giovani. Era il momento. E lo dedico a degli amici che non ci sono più».
Per Andrea Tiribocchi, invece, il 18 agosto ha chiuso un cerchio iniziato molti anni prima. «Ventidue anni fa ho fatto gli ultimi due anni da mangino negli ultimi due anni di capitaneria di Fabio Giustarini, per poi proseguire con Mario Corbelli nel 2006 e 2007».
E proprio il 2007 gli ha regalato una delle immagini più particolari di questa vittoria. «Ripartivo dal Palio del 2 luglio 2007, in cui andai sul di sopra insieme agli altri miei compagni di viaggio a mandare via i nicchiaioli, dicendo: “Guardate che ha vinto l’Oca, non ha vinto il Nicchio”. Invece questa volta ho fatto il contrario. Mi sono messo a chiamare tutto il popolo del Nicchio lì sotto per consegnare il Palio».
Al centro del racconto torna inevitabilmente Giustarini. «Aver incontrato nuovamente Fabio è un’esperienza bellissima, dove si impara molto, perché è un uomo di Palio, un uomo di cavalli e ha messo il suo grande cuore azzurro al servizio della Contrada nel momento in cui è stato chiamato».
Riprendere a lavorare insieme, racconta Tiribocchi, è stato quasi naturale: «Fabio si è immediatamente calato nella realtà del Palio. Non ha mai smesso di pensare di fare il Palio, anche se è stato lontano per motivi personali e familiari dalla Contrada. Ha preso subito in mano il timone e noi gli siamo stati dietro e gli stiamo dietro». Perché, in fondo, «anche se ha detto: “Io mi sono ritirato in campagna”, in realtà ha mantenuto sempre il cordone ombelicale con la Contrada».
Poi c’è Andrea Berni detto Dinde, il più giovane dei tre. E il suo racconto parte da Tittia: «Fin da quando è arrivato qui ci ha trasmesso una calma, una fiducia e una consapevolezza della possibilità che c’era incredibili. È stato incredibile poter vedere questa leggenda del Palio, perché ormai è già una leggenda vivente, all’opera. Ha una lucidità nell’interpretare anche la preparazione alla Carriera incredibile».
Intorno, sottolinea Dinde, c’era una squadra di professionisti: «Il dottor Giuseppe Incastrone, la figlia Valeria, il grande Gabriele, che è stato con noi tanti anni e si meritava tantissimo questo successo». Un contesto che ha reso più semplice anche il suo debutto: «Ho trovato non solo dei mangini più esperti, ma persone che mi hanno saputo consigliare e indicare quale fosse la cosa giusta da fare, sempre. Sono stati fantastici, mi hanno supportato e non potevo chiedere veramente di meglio per cominciare».
Ma è quando parla di Giustarini che il racconto di Dinde diventa quasi una fotografia. «Tanti anni fa lo guardavo dal Palco dei Cittini: io piccolo piccolo, lui passava alto alto, grande, con questi occhiali fondi, e per me era un eroe. E ora vederlo accanto a me, quando facevamo gli incontri di Palio, è stata un’emozione incredibile».
Da lì nasce anche il soprannome nel soprannome: «Da piccolo leggevo i libri di Roald Dahl e c’era il GGG, il Grande Gigante Gentile. E ora accanto a me ho trovato il Grande Gigante Giustarini».
Lavorare in quella squadra, però, significava anche alzare inevitabilmente il livello. «Non erano concessi errori, non erano concesse sbavature», spiega Dinde, sottolineando però come i più esperti abbiano saputo accompagnarlo e sostenerlo.
E quando arriva il momento di descriversi con una sola caratteristica, i tre mostrano anche le differenze all’interno del gruppo. Dinde scherza: «Dai, si può dire che porto fortuna». Tiribocchi sceglie invece «non perdere mai di vista l’obiettivo». Mazzini si assegna il ruolo del controllore: «Io sono forse il mangino più brontolone, perché riprendo sempre i miei colleghi. Però va bene lo stesso, è per migliorarli».
Alla fine il discorso torna ancora a Giustarini e alla sua commozione dopo la vittoria. Tiribocchi ricorda il peso delle vicende personali attraversate dal capitano negli ultimi anni: «Viene da esperienze personali, familiari durissime, tristissime, battaglie combattute, e sappiamo di che battaglie stiamo parlando».
Il ritorno del Nicchio, racconta, ha avuto per Giustarini anche un significato che va oltre il Palio: «La Contrada che lo ha chiamato è stata una cosa per lui fondamentale per trovare le forze per andare avanti. Quindi ci ha trasmesso davvero queste emozioni».