Crisi demografica sempre più profonda: chi lavorerà nel 2050 per sostenere il sistema? E l’AI come inciderà?

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La crisi demografica in atto pone nuovi interrogativi sul futuro del mondo del lavoro. Interrogativi che spostano il problema del ricambio generazionale a date sempre più vicine.

Non è un tema solo italiano, ma è un tema europeo: nel nuovo Demography Report 2026 della Commissione Europea sono delineate le note componenti strutturali di una trasformazione economica e sociale che avanza, senza tornare indietro, e che è destinata a modificare l’equilibrio del sistema pensionistico, della sanità e della capacità di crescere dell’economia.

Già nel 2029 raggiungeremo il picco della popolazione europea con 453,3 milioni di abitanti e poi, inizierà il declino. Si stima che nel 2050 arriveremo a 445 milioni e, a fine secolo, scenderemo sotto i 400. In sostanza, la popolazione europea tornerà, numericamente, ai livelli della seconda metà degli anni Settanta.

In questo contesto l’Italia è il paese che invecchia di più con un’età mediana di 49,1 anni, contro la media europea di 44,9 anni e uno stacco di quasi dieci punti percentuali con il paese più virtuoso, l’Irlanda (39,6 anni).

Chi lavorerà allora per sostenere il sistema, se a fine secolo ci sarà quasi un pensionato ogni lavoratore e mezzo? 

Perché il tasso di natalità europeo di 1,34 figli per donna (in Italia 1,2) è così lontano dal tasso di sostituzione generazione necessario pari a 2,1?

Rispondere a queste domande, in apparenza semplici, è davvero complesso perché le ragioni sono molteplici e si innescano in un processo di trasformazione culturale e di nuovi modelli di vita e canoni profondamente diversi rispetto anche solo all’ultimo decennio. 

Ma se l’economia si sposta dalle nascite all’invecchiamento, è anche vero che i motori di crescita saranno legati proprio alla longevità con un rinnovato interesse per i settori della sanità, l’immobiliare, l’assistenza sociale, la finanza personale, su un target diverso sul quale il tema del tenore di vita diventa il centro dello sviluppo. Quindi rimodulare l’economia potrebbe essere in parte una risposta.

Eppure, la perdita delineata del contributo dei lavoratori attivi, in proiezione di ben 1,2 milioni all’anno tra il 2025 e il 2050, pone un problema serio su come produttività, innovazione e livelli di occupazione dovranno coesistere per sostenere il sistema pensionistico, assistenziale e sociale. Il rapporto citato individua nei temi dell’occupazione femminile, dell’inclusione dei giovani e degli immigrati una risposta strategica, la cui chiave di lettura è raggiungere livelli di occupazione più alti rispetto a quelli attuali.

E qui si pone un altro interrogativo: “Se l’AI sostituirà tanti lavoratori, sarà anche in grado di portare equilibrio economico nel Welfare?”.

È degno di nota che nei nuovi 158 percorsi di laurea l’offerta per l’area sanitaria superi sia il green che il digitale. Mentre l’AI la troviamo citata cinque volte, ma non da sola; insieme a Filosofia, a High Performance Computing Technologies, al Marketing e alla Comunicazione.

Se in genere possiamo dire che occorre cambiare le politiche occupazionali e sociali, sul tema dell’AI non abbiamo una risposta convincente. Leggiamo teorie varie, dal fatto che è colpa degli smartphone se i giovani fanno meno figli, al fatto che con l’AI si potrà aumentare la produttività e lavorare meno.

Ma di fatto, ad oggi, non sappiamo come davvero l’AI cambierà la cartina geografica del lavoro e come inciderà nel Welfare perché non è un’equazione di facile soluzione.

Lo vedremo, penso prima, di quanto pensiamo.

Maria Luisa Visione