Drappellone, don Grassini: “Axente andava accompagnata di più nel viaggio dell’anima di Siena”

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Non una bocciatura dell’artista e neppure un processo alla Madonna dipinta sul Drappellone. Per don Enrico Grassini, rettore del Collegio dei Correttori, Teodora Axente avrebbe forse dovuto essere “un po’ più accompagnata nel viaggio dell’anima” di Siena prima di realizzare il Palio dell’Assunta. È questo il cuore della sua riflessione sul rapporto tra libertà artistica e committenza, intervenendo nel dibattito nato dopo la presentazione dell’opera per il 16 agosto.

Grassini parte dalla distinzione tra il primo impatto estetico e la comprensione dell’opera. È legittimo, osserva, che il Drappellone piaccia oppure no, ma fermarsi alla semplice percezione non sarebbe sufficiente: occorre entrare nel linguaggio e nella formazione dell’artista.

Axente proviene dalla scuola di Cluj, in Romania, e da una formazione cristiana di tradizione ortodossa. Un retroterra che, secondo Grassini, rende più complesso il confronto con gli sviluppi occidentali della spiritualità mariana degli ultimi cinque secoli ai quali l’iconografia del Palio fa riferimento.

Il rettore dei Correttori esclude però che dietro alcune delle scelte maggiormente discusse ci sia una volontà provocatoria. “L’androginia dei volti e le proporzioni volutamente estrapolate dal naturalismo, più che una forma di provocazione, sono espressione del suo linguaggio artistico”.

Il giudizio sugli esiti resta comunque problematico. “I presupposti c’erano, ma forse gli esiti sono stati disattesi”, scrive Grassini, rilevando come la polemica sia stata ulteriormente amplificata dalla “cassa di risonanza eccessiva dei social”.

Ma per il sacerdote la questione più importante è un’altra: quanto può essere libero un artista chiamato a dipingere il Drappellone? La risposta è netta. Se per opera d’arte contemporanea si intende il risultato della totale libertà espressiva dell’autore, allora il Palio non può esserlo fino in fondo.

“Il Drappellone del Palio può esser sì un’opera d’arte, ma intesa alla maniera antica, in cui l’artista doveva necessariamente muoversi nei canoni indicati dalla committenza, e proprio in questa capacità di interpretare la committenza si manifestava il genio dell’artista”.

Una committenza che, sottolinea Grassini, deve essere “necessariamente ed esclusivamente il Comune”, ma che ha il compito di mettere l’artista nelle condizioni di comprendere qualcosa che va oltre le prescrizioni di un regolamento.

Il Drappellone, infatti, una volta dipinto entra nella vita delle Contrade e nella dimensione religiosa della Festa. Grassini lo definisce non “un’immagine sacra dinanzi alla quale pregare”, ma “esso stesso una preghiera rivolta alla Vergine”. Dopo la vittoria entrerà inoltre nell’oratorio della Contrada, dove resterà accanto all’altare “come una sorta di ex voto per la gioia ricevuta della vittoria”.

Da qui la necessità, secondo il rettore dei Correttori, che chi riceve l’incarico conosca Siena ben prima di iniziare a dipingere. “Deve vivere, toccare e percepire il magnetismo che i luoghi del Palio emanano, deve confrontarsi con chi vive la quotidianità di Siena e dei suoi rioni, e dare voce, pur coi suoi linguaggi, ad una comunità intera”.

Grassini riconosce al Comune di avere lavorato in questa direzione, ospitando Axente a Siena in diverse occasioni. Ma aggiunge il passaggio destinato probabilmente ad alimentare il dibattito: “Forse doveva essere solo un po’ più accompagnata nel viaggio dell’anima che ancora oggi, nonostante le crisi, questa Città propone”.

Nessun problema, invece, rispetto alla presenza del Drappellone in uno spazio sacro. Grassini respinge il tema di una sua eventuale “ammissione” alla benedizione, ricordando che quel rito non riguarda la benedizione di “una stoffa dipinta”, ma la benedizione del Signore invocata dal vescovo sulla città, sulle persone e sulle loro storie.

Infine un’apertura per il futuro. La Chiesa di Siena, e in particolare i Correttori, si mette a disposizione per contribuire al dialogo tra artisti, committenza e città nella preparazione dei prossimi Drappelloni.

“Non siamo a rivendicare privilegi, ma a chiedere il permesso di servire, con umiltà e amore, in ciò che ci è proprio: con la bellezza del Vangelo nel cuore e la bellezza di Siena negli occhi”.