Come forse alcuni senesi sapranno, in questo anno ricorreva il cinquecentenario di uno degli episodi più celebri e densi di orgoglio identitario della storia della città. Ci riferiamo a quella vittoria militare nota come Battaglia di porta Camollia, con la quale – il 25 luglio di cinquecento anni fa, appunto – le truppe senesi ruppero l’assedio che perdurava da circa una settimana e misero in fuga l’esercito di fiorentini e soldati del papa che si era accampato tra il Palazzo dei Diavoli e l’Antiporto.
Fatto notissimo e celebratissimo, non solo ai tempi dell’avvenimento medesimo ma anche nelle epoche successive. Si tratta infatti dell’ultima vera gloria militare della storia comunale e repubblicana senese, terminata amaramente solo un trentennio più tardi.
Una ricorrenza che avrebbe meritato un Palio straordinario, ma d’altronde non lo si fece nemmeno per i 750 anni di Montaperti… Dunque si è deciso di onorare il fausto anniversario con la semplice dedicazione del drappellone agostano, come peraltro avvenne cento anni orsono. Ebbene, in cosa si è risolta – nel cencio della Axente – la dedica alla battaglia fatidica? In una scolastica raffigurazione della Porta di Camollia attuale, sotto l’arco della quale un misero cartello semi invisibile riporta il motivo della ricorrenza. Nemmeno l’Assunta, che campeggia nell’alto di un cielo burrascoso, ricorda minimamente l’immagine della Immacolata Concezione codificata nella tradizione pittorica senese.
Sì perché i senesi meno distratti sapranno che a quella particolare caratteristica della Vergine (l’essere pura sin dal suo concepimento), si attribuì la felice protezione scesa su Siena in occasione dell’evento bellico; tanto che una grandiosa pala d’altare nella chiesa di S. Martino ed altre opere che sarebbe lungo citare, le furono dedicate. Sotto un vessillo improvvisato, recante la medesima immagine dell’Immacolata, un nutrito corpo di cittadini combatté proprio nel giorno fulgido della vittoria contro i fiorentino-pontifici. Ma vabbè, sull’iconografia dell’Assunta raffigurata dall’artista rumena sorvoliamo, dopo aver ribadito che non è assolutamente quella dell’Immacolata Concezione come sarebbe stato più attinente.
Quello che sinceramente infastidisce è che la Battaglia di porta Camollia non sia minimamente rilevabile sulla seta di Teodora Axente. Nessun riferimento allo scontro armato, ai vessilli, ai cannoni conquistati ai nemici con cui si fuse la campana della chiesa della Torre, ai guerrieri senesi. Il riferimento topografico è sbagliato clamorosamente, non si combatté davanti alla porta, ma oltre l’Antiporto. Per non parlare della raffigurazione di porta Camollia, banalmente ripresa da una qualche riproduzione fotografica dell’esistente. Peccato che quella dipinta nel drappellone sia la porta inaugurata nel 1604 con la ruffiana iscrizione (in realtà ambigua) per accogliere il granduca di turno. Quindi sostanzialmente si tratta sia di un marchiano errore, sia di una offesa alla memoria dei valorosi che conseguirono la vittoria, ottenuta proprio contro i medicei fiorentini (il papa che aveva inviato i soldati della Chiesa era appunto anch’egli un Medici, voglioso di soggiogare Siena).
La porta di Camollia nel 1526 era completamente diversa, fortificata e merlata, protetta dalla Castellaccia, dal Torrione di mezzo e dall’Antiporto. Non ci voleva un grande sforzo di fantasia per raffigurarla correttamente ed inserirla nella pasticciata composizione pittorica di questo cencio: bastava ispirarsi alla superfamosa tavoletta di Gabella conservata all’Archivio di Stato. La dedica alla ricorrenza della vittoria di Camollia fu affrontata e risolta molto più efficacemente nel drappellone di cento anni fa, di Vittorio Emanuele Giunti. Qui non si sta criticando lo stile pittorico della Axente (de gustibus…), ma l’attinenza dell’opera alla commemorazione del Cinquecentenario. Evidentemente chi doveva suggerire all’autrice come affrontare l’argomento o non lo ha fatto, o lo ha fatto in maniera come minimo approssimativa. Quanto rimpianto per una figura di garanzia come il Maestro Cesare Olmastroni… Così si è perso ogni riferimento storico, artistico, culturale e iconografico al tema della dedicazione. Un’occasione persa, che tornerà fra altri cento anni.
Giovanni Mazzini