Dalla tragedia all’appello, il libro di una madre: “Ho perso mia figlia di 15 anni. Ascoltiamo questa generazione, vittima della fragilità”
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“Il 4 ottobre 2024 ho perso Dea, la mia unica figlia. Aveva 15 anni”. Basta questa frase per capire che non è una presentazione come le altre. Nella Sala dei Mutilati, Mirna Mastronardi ha portato molto più di un libro: una testimonianza che parte da una tragedia personale e si allarga fino a interrogarci tutti.
Il volume, “Sarò la tua voce. La storia di Dea e il dolore di una generazione”, edito da Mondadori, è nato proprio da qui. Da un lutto che diventa parola, dalla necessità di dare un senso a ciò che senso non ha. “È la storia dell’amore più grande di una madre ed è, allo stesso tempo, la storia del dolore più grande”, ha spiegato l’autrice a margine dell’incontro, introdotto dalla professoressa Mariachiara Fonzi, condotto da Virginia Masoni e organizzato dalla Libreria Mondadori di Siena.
Ma il libro non si ferma al racconto di Dea. È un tentativo di leggere ciò che spesso sfugge. “Parlavamo tanto, eravamo molto legate, eppure dei segnali non li ho colti”, ha detto Mastronardi. Un passaggio che sposta il tema dal privato al collettivo: se i segnali non si vedono anche dove c’è dialogo, allora il problema è più profondo.
Da qui nasce la riflessione su quella che l’autrice definisce “una generazione del dolore”. Ragazzi che vivono un disagio silenzioso, fatto di solitudine, inadeguatezza e paura di diventare invisibili. “Dobbiamo cominciare a parlarne”, ha insistito, sottolineando come i dati sul suicidio giovanile siano “sconcertanti”.
Uno dei nodi centrali è il ruolo dei social. “Vengono proposti modelli nei quali molti ragazzi non si riconoscono”, ha spiegato. Immagini uniformi, vite perfette, corpi standardizzati. Chi resta fuori da quel perimetro rischia di sentirsi sbagliato. “Accade che un algoritmo individui la fragilità e la amplifichi”, ha aggiunto, indicando un meccanismo che può accentuare il senso di esclusione.
Per questo la storia di Dea diventa, nelle parole dell’autrice, un’eredità da condividere. “Ho voluto consegnarla agli altri, perché possa essere utile”, ha detto. Non solo memoria, dunque, ma responsabilità. Un invito a guardare meglio i ragazzi che ci stanno accanto, a cogliere segnali che spesso passano inosservati.
Da questa esigenza è nata anche l’associazione “Dea per Sempre”, con l’obiettivo di intercettare altre fragilità e offrire ascolto. Un impegno che si muove anche sul piano istituzionale: “C’è un lavoro importante da fare per questa generazione, che chiede aiuto”, ha ricordato, citando il confronto avviato anche a livello nazionale.
L’incontro senese si è così trasformato in uno spazio di ascolto e riflessione, dove il dolore personale si è fatto parola pubblica. Un racconto che non cerca spiegazioni definitive, ma pone domande precise. Tra tutte, una: “Chi insegna ai nostri figli, così giovani, a fare certi gesti?”.