Un manoscritto “perduto” da cinquant’anni, una poesia scritta oltre 1.300 anni fa e una ricercatrice formata all’Università di Siena dietro una scoperta che potrebbe cambiare gli studi sulle origini della lingua inglese.
È la storia del ritrovamento eccezionale firmato da Elisabetta Magnanti, oggi ricercatrice al Trinity College Dublin, che ha riportato alla luce a Roma uno dei più antichi testimoni della letteratura inglese.
Tra i fondi della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, insieme al collega Mark Faulkner, Magnanti ha individuato un manoscritto del IX secolo contenente l’“Inno di Caedmon”, considerato il più antico poema della letteratura inglese.
La scoperta è ritenuta di enorme valore per la filologia germanica perché il testo in antico inglese compare direttamente nel corpo principale del manoscritto latino della “Historia ecclesiastica gentis anglorum” del Venerabile Beda. Finora, infatti, le copie più antiche conosciute riportavano il poema solo tradotto in latino oppure annotato ai margini.
Secondo gli studiosi, questo dettaglio dimostra quanto la poesia in antico inglese fosse già considerata importante dai lettori altomedievali.
L’“Inno di Caedmon” è un breve componimento di nove versi dedicato alla creazione del mondo. Secondo la tradizione sarebbe stato composto da un mandriano dell’abbazia di Whitby, nell’Inghilterra del VII secolo, dopo una visione divina avuta in sogno.
“Quando la biblioteca ci ha confermato l’esistenza del manoscritto e lo ha digitalizzato per noi – ha spiegato Elisabetta Magnanti – siamo stati entusiasti nel vedere che conteneva la versione in antico inglese dell’Inno di Caedmon inserita direttamente nel testo latino”.
La ricercatrice ha anche sottolineato il ruolo decisivo della digitalizzazione dei manoscritti: “La magia della digitalizzazione ha permesso a due ricercatori in Irlanda di riconoscere l’importanza di un manoscritto conservato oggi a Roma, contenente una poesia composta miracolosamente nel nord dell’Inghilterra millecinquecento anni fa”.
Prima del dottorato a Vienna e dell’esperienza al Trinity College, Magnanti si era formata proprio all’Università degli Studi di Siena, frequentando il campus di Arezzo e laureandosi in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio.
Determinante anche il percorso nel Master in Informatica del Testo dell’ateneo senese, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli, che ha contribuito alla formazione interdisciplinare della studiosa.
“Il traguardo scientifico raggiunto da Elisabetta Magnanti è un vanto per l’Ateneo senese ed è l’emblema di un percorso formativo d’eccellenza, capace di unire discipline umanistiche e nuove metodologie”, commentano dall’Università.
Il manoscritto, prodotto tra l’800 e l’830 nell’abbazia di Nonantola, era considerato perduto dagli studiosi dal 1975 a causa di una storia travagliata fatta di furti e passaggi di proprietà durante l’età napoleonica. Nessuno, fino alla recente digitalizzazione della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, aveva compreso che custodisse una delle più antiche copie esistenti dell’Inno di Caedmon.
La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica “Early Medieval England and its Neighbours” della Cambridge University Press.