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Street art a Siena, NoOne: “Rendo in immagini gli stati d’animo umani. Se è bello è arte, altrimenti è vandalismo. Convivo con la dicotomia del pubblico”

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L’intervista è al buio e non può che essere così: Banksy insegna che l’anonimato è la conditio sine qua non per essere street artist e nonostante ogni tanto escano notizie sulla scoperta del personaggio, di fatto il più noto tra gli artisti di strada rimane sconosciuto. Così anche NoOne  – autore dell’opera “XOXO” (tradotto: baci e abbracci), l’orso che abbraccia una bomba, nel vicolo dello Sportello – rimane nella zona d’ombra che caratterizza i creativi di murales e graffiti. Loro lavorano quando cala il buio, di nascosto, lontano da riflettori e pubblico: “L’anonimato è una condizione fondamentale, non solo per ragioni pratiche legate alla natura non autorizzata degli interventi negli spazi pubblici, ma anche al senso stesso dell’opera. Restare anonimi permette di non mettere l’artista al centro della scena, ma di dare una valutazione dell’opera scevra da quello che è la persona che c’è dietro, che molte volte magari occupa uno spazio quasi rilevante. Poi resta il fatto che quello che facciamo è illegale”.

È illegale ma la street art si può annoverare a tutti gli effetti nell’arte contemporanea… Tra l’altro si contano tantissimi esempi nel mondo ma basta rimanere in Italia, di opere che abbelliscono e valorizzano luoghi degradati o comunque privi di altre forme di arte. Si pensi alle periferie di Napoli o al ritratto di Piero Angela a Torino…

“Ma certo che lo è. Non direi mai il contrario. Non ha sicuramente meno importanza dell’arte che si trova nei musei. È semplicemente un’arte non autorizzata: è soltanto quella la differenza che ci può essere, in soldoni, tra la street art e qualunque altra forma d’arte che è permessa, autorizzata e che usufruisce di un invito ufficiale. Certamente il fatto che sia illegale non significa che sia meno significativa. E nel caso dei murales di cui parli, si tratta di street art istituzionalizzata, commissionata dalle amministrazioni per valorizzare il decoro urbano”.

L’opera su commissione è l’essenza stessa della storia dell’arte. Lei lo ha mai fatto?  Oppure il suo linguaggio rimane un’espressione libera da qualsiasi richiesta o imposizione? E in caso, qual è il suo messaggio?

“No, mai fatto opere su commissione. Quando lavoro, oltre a non avere commissioni, non ho neanche una destinazione prestabilita. Sono io che poi scelgo dove andare a fare l’opera, sulla base di intuizioni che posso avere in quel momento. Ho semplicemente partecipato a mostre o incontri insieme ad altri street artist, lavorando in un site specific, però sempre liberamente. Non mi è mai stato presentato un tema sul quale lavorare”.

E in caso lo farebbe?

“Non credo. Non mi sentirei molto a mio agio. Tant’è che mi è stato già proposto qualcosa del genere, in realtà nel campo della discografia, quindi già molto diverso. Però ho bisogno di un tema nel quale mi ritrovi pienamente. Ho bisogno in qualche modo di sceglierla. Oppure, se non la scelgo io, dovrebbe essere una tematica che mi calza perfettamente. Altrimenti non credo che riuscirei mai a fare una cosa del genere. Se poi mi dici: ti do un milione di euro… allora magari la faccio”, ride.

Certo, tutti abbiamo un prezzo…

“Sì, sicuramente”.

Quindi il suo messaggio qual è? Abbiamo visto l’orsacchiotto, baci e abbracci, quindi apparentemente un segnale positivo. La street art, a parte quella fortemente politicizzata, può lanciare un messaggio di speranza e pace?

“Vorrei che l’opera, una volta messa sul muro, offrisse lo spunto per ulteriori domande e interpretazioni. Dare io una direzione sul significato delle mie opere non ha molto senso. Potrei dire da dove nasce, quello sì. Nasce dall’osservazione della realtà, del contesto sociale nel quale siamo immersi, delle contraddizioni della società, delle tensioni collettive, dei comportamenti delle persone che possono dare adito a un’idea, delle urgenze del nostro tempo — o di quelle che io ritengo tali in quel momento. Cerco di leggere quello che accade a noi come esseri umani e restituire questi segni attraverso il linguaggio visivo, che è il mio linguaggio di espressione”.

Questo accade un po’ in tutte le forme d’arte: ognuno interpreta sulla base del proprio stato d’animo. Però c’è sempre, in quello che pone sui muri, almeno apparentemente, un barlume di positività e speranza….

“Oddio, non lo so. Dipende dai tipi di opere. Non vorrei che venisse fatta una categorizzazione di opere che possono avere un significato assimilabile l’una all’altra, perché non è così. Alcune sono veri e propri messaggi di speranza, altre no. L’orso di Siena, per esempio, non è particolarmente speranzoso. È interessante vedere il punto di vista degli altri. Ieri leggevo commenti di persone che dicevano: ‘È carino’. Nel vedere quell’opera come carina, secondo me, c’è una perdita di quella che era la mia intuizione iniziale. Perché abbracciare una bomba senza un occhio non mi dà molta speranza, in realtà. Però apprezzo e accetto qualunque tipo di commento e interpretazione. Ma nella mia intenzione iniziale non c’era quel senso di speranza”.

 

Si sente di dire che rappresenta la sua generazione? La sento molto giovane dalla voce, quindi mi viene da chiederlo…

“No. Anche perché non mi sento identificabile in una generazione. E poi forse sono anche più grande di quello che credi”.

Ma arriviamo alla sua opera a Siena: l’orso è stato vandalizzato. E tra le centinaia di commenti anche alcuni che sostenevano che il primo a deturpare è stato l’artista…  

“Non ho niente contro chi contesta quello che faccio. Tante persone si sono lamentate del fatto che l’opera sia stata vandalizzata e anche a me dispiace, l’ho fatta io. Però il primo vandalo, per alcuni, sono stato io. Cioè capisco anche quel punto di vista, pur non condividendolo. Poi c’è sempre questa dicotomia: è vandalismo o non è vandalismo? È bello quindi non è vandalismo, non è bello quindi lo è. È un tema molto complesso. A me, per esempio, non piacciono molto le città totalmente pulite. Siena è una città molto pulita, nonostante quello che dicono le persone. Ha un suo decoro. Però quello che un po’ mi dispiace di questi tipi di città è che forse hanno meno cose da dire rispetto a città che possono apparire più brutte. Capisco che per tante persone possa essere fastidioso vedere tutte quelle scritte, ma secondo me rispondono a una manifestazione di disagio che non si sente espresso e che si esprime attraverso quella forma che chiamiamo arte, anche se non è arte. Anche il ragazzino che prende la bomboletta e scarabocchia il muro sta cercando una presenza, un’affermazione, un modo di dare voce a sé stesso. Che poi si tratti di immagini esteticamente lavorate oppure di semplici tag o scarabocchi, è comunque una necessità di lasciare una traccia nello spazio pubblico. Nel momento in cui non c’è questa esigenza di lasciare una traccia nello spazio pubblico, lì c’è probabilmente una situazione di agio, di protezione, di benessere, che non ti fa sentire la necessità di esprimerti”.

Quindi la street art è a tutti gli effetti arte contemporanea ma è una forma di protesta?

“Credo che scarabocchiare un muro abbia una valenza di dissenso maggiore rispetto a fare un’opera su cui lavori un mese intero e che deve rispondere a un canone estetico. L’orso con la bomba non è dissenso: è mostrare un aspetto della realtà, in questo caso la guerra. Noi magari ci indigniamo per un muro sporco ma viviamo la guerra come qualcosa di lontano. Il fatto che l’orso venga percepito come carino significa che molte persone non vedono veramente quella bomba. Quella bomba diventa quasi parte del corredo estetico dell’orso, mentre invece serve a portare il senso di quel giocattolo — il rifugio dalla paura — in un contesto completamente diverso. “In questo senso, forse sì, è una forma di dissenso. Ma io vorrei soprattutto che la street art fosse una sorpresa. L’arte che vedi nei musei è l’arte che ti aspetti, perché sei andato lì apposta. L’arte che incontri per strada invece è qualcosa che non ti aspetti: è come un incontro improvviso con una persona. L’unica cosa che vorrei restasse alle persone è un punto di domanda su quello che hanno visto. Anche solo per pochi secondi, mentre attraversano la strada prima di tornare al cellulare e pensare ad altro. Soltanto questo”.

Katiuscia Vaselli