I negoziati tra Usa e Iran sono falliti e, aldilà delle motivazioni dell’uno o dell’altro, il quadro geopolitico di incertezza permane, aprendo scenari che non escludono ancora definitivamente l’ipotesi di un lockdown energetico per l’Italia.
Come risposta al fallimento dei negoziati, il presidente Trump ha annunciato il blocco “con effetto immediato” di tutte le navi “da e per” lo Stretto di Hormuz, senza escludere il coinvolgimento di altri Paesi nel blocco navale. Situazione che, se dovesse perdurare ed estendersi, determinerà conseguenze economiche negative sull’economia europea e su quella italiana.
Accanto al pericolo di portare a una potenziale riduzione forzata dei consumi energetici, la crisi energetica potrebbe trasformarsi in recessione. Non lo esclude il Ministro dell’Economia Giorgetti.
Lo strumento che viene richiamato dallo stesso Governo per affrontare la criticità del momento è il Patto di stabilità, o meglio, la necessità di sospenderlo.
Il Patto di stabilità e Crescita è un insieme di regole adottate all’interno dell’UE che prevede il rispetto per i Paesi come l’Italia che lo hanno adottato di due condizioni: la prima, che il deficit pubblico non superi il 3% del PIL; la seconda, che il debito pubblico rimanga al di sotto del 60% del Pil. Rappresenta, quindi, un limite di spesa pubblica per i Paesi che non rispettano le due condizioni, i quali vengono sottoposti a procedura di infrazione – pena sanzioni – cioè alla richiesta di adottare politiche economiche di risanamento dei conti pubblici, che, di fatto, si traducono in tagli alla spesa pubblica e in maggiore tassazione per i cittadini. L’ultima riforma del Patto di Stabilità e Crescita, in vigore dal 2024, ha previsto piani di rientro più graduali per i Paesi ad alto debito. Tuttavia, il problema permane ed è una ruota che gira su sé stessa nel momento in cui si entra in recessione, perché impedendo l’aumento della spesa pubblica impedisce la ripresa economica, non potendo attuare politiche economiche e fiscali mirate a favore del Paese. Come, ad esempio, nel caso dei carburanti, la riduzione dell’IVA.
La richiesta di sospenderlo, prevista in caso di grave recessione, diventa, però, necessaria prima che si verifichi tale evento sfavorevole, non dopo, per avere margini di manovra e attuare misure di emergenza che proteggano cittadini e imprese, e che possano sostenerli nei momenti di difficoltà economica come quello che si continua a prospettare all’orizzonte. Tutelare l’interesse di cittadini e imprese deve prevalere, non possono esserci dubbi.
Vediamo cosa sta accadendo sugli approvvigionamenti.
Aci Europe, che rappresenta gli aeroporti dell’Ue, secondo il Financial Times, ha affermato che le riserve di carburante per aerei si stanno esaurendo mentre “l’impatto delle attività militari” sta mettendo ulteriormente a dura prova le forniture. Preoccupazione elevata di mancanza di carburante, se il transito attraverso lo Stretto di Hormuz resterà fermo nelle prossime tre settimane.
Si prospetta, poi, un altro problema legato al rincaro dei prezzi: prima dell’inizio della guerra il carburante per aerei costava circa 830 dollari a tonnellata, all’inizio di aprile ha superato i 1.800 dollari a tonnellata (rientrato poi a 1.700). La spesa per carburante diventa per la compagnia aerea insostenibile e la costringe ad aumentare i prezzi dei biglietti e/o a cancellare le tratte meno frequenti, con esiti negativi sul settore turismo.
La finestra di un mese di scorta per il gasolio annunciata dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Fratin non rassicura e l’evoluzione delle notizie sul blocco non fa vedere possibilità di maggior gasolio in arrivo.
La Federazione Autotrasporti FAI avverte che se non arriveranno risposte né misure adeguate, l’autotrasporto è pronto al fermo nazionale.
Dunque, non siamo in grado di escludere definitivamente l’ipotesi di lockdown energetico e quella di una recessione in arrivo.
Possiamo soltanto monitorare l’evoluzione degli eventi, con la speranza che prevalgano buon senso e umanità.
Maria Luisa Visione