Di nuovo il silenzio. E ormai quello di Siena sul Monte dei Paschi non è più un tacere che passa inosservato: fa rumore, pesa. Soprattutto all’indomani delle parole di Carlo Cimbri, che al Sole 24 Ore ha messo sul tavolo carte che fino a ieri nessuno aveva scoperto con tanta precisione: Mps capofila del secondo polo bancario nazionale, sede centrale a Siena, nessun licenziamento, passaggio a Unipol nel 2027 e coinvolgimento di Bper nel 2028.
L’offerta di Intesa Sanpaolo sul Monte non è nata ieri. Da mesi Siena discute, si interroga e soprattutto teme cosa potrebbe rimanere della banca al termine dell’operazione. Eppure, fino a oggi, non era stato messo nero su bianco – nemmeno ora, non abbastanza, non basta un’intervista – con questa nettezza un futuro fatto di Mps capofila, sede centrale a Rocca Salimbeni, nessun licenziamento e successiva aggregazione con Bper.
Poi arriva Cimbri e cala l’asso. Quello che, al tavolo da poker, può cambiare il peso di tutta la mano. Dice esattamente ciò che Siena voleva sentirsi dire: il Monte resterà protagonista, guiderà il secondo polo bancario nazionale e manterrà il proprio cuore a Rocca Salimbeni.
E a queste dichiarazioni arriva solo la risposta del governatore della Toscana, Eugenio Giani, che solleticato dalle dichiarazioni di Cinbri strizza l’occhio a Intesa ma forse anche no, un passo avanti e uno indietro, chiede garanzie e un rafforzamento della Fondazione Mps. Insomma risponde, perché è giusto farsi sentire e lo fa da politico navigato quale è, figlio prediletto del centrismo da prima Repubblica.
Ma, se si guarda alla provincia e al comune, nessuna voce trapassa i muri di palazzo. Un silenzio che lascia attoniti perché il dna dei senesi non è questo. C’è da combattere davvero e non lo si fa dalle poltrone. Eppure l’unica domanda logica da porsi è: perché, dopo mesi, il presidente di Unipol parla così soltanto oggi? Non perché il progetto sia necessariamente nato oggi, ma perché sono nuove, almeno nella loro nettezza pubblica, le rassicurazioni offerte alla città. Dopo mesi nei quali proprio l’identità e il futuro senese del Monte sono stati al centro delle preoccupazioni, Cimbri sceglie questo momento per mettere sul tavolo una prospettiva che sembra rispondere, punto per punto, a quelle paure. Proprio quello che Siena vuole sentirsi dire. Basta davvero questo?
E persino le parole meritano attenzione. Fonti vicine al dossier invitano a osservare un dettaglio rilevato anche dalle agenzie: nell’intervista Cimbri continua a chiamare la banca Monte dei Paschi di Siena. Non è soltanto semantica. Nelle prime ricostruzioni del progetto, per il futuro istituto era comparsa la denominazione Banca Monte dei Paschi, senza quel “di Siena”. Adesso Cimbri non soltanto assegna al Monte il ruolo di capofila rispetto a Bper, ma rimette Siena al centro del racconto: nel nome, nella sede e nella futura geografia del gruppo. In una partita come questa anche due piccole parole, “di Siena”, possono pesare come un macigno.
E il tempismo pesa ancora di più perché soltanto pochi giorni fa al ministero dell’Economia si sono incontrati Giancarlo Giorgetti e i rappresentanti delle istituzioni senesi e toscane. Da quel tavolo sono arrivate rassicurazioni. Importanti, certamente. Ma Siena di rassicurazioni ne ha ascoltate parecchie negli anni. E quando si parla del Monte sappiamo bene quanto possa essere grande la distanza tra una rassicurazione e una garanzia.
Nel frattempo Luigi Lovaglio, va ricordato bene, non è rimasto a guardare. Altro che ferie d’agosto. Sta lavorando alla sua strada alternativa, con le offerte su Banco Bpm e Banca Generali. Una partita ambiziosa, che dovrà però convincere gli azionisti del Monte e nella quale avranno un peso determinante anche le posizioni di Caltagirone e Delfin. Generali, intanto, ha aperto la porta alla valutazione della proposta di Mps.
E Siena?
Siena tace. Di nuovo.
Era già successo. Quando Lovaglio si trovò a giocare una delle partite più complicate per il futuro della banca, il silenzio della città e della politica fece altrettanto rumore. Poi arrivò l’assemblea degli azionisti e furono in tanti, soltanto dopo, a dire bravo, soltanto dopo, a concedere fiducia.
Oggi siamo ancora davanti a un bivio. Cimbri promette ciò che Siena chiede: identità, sede, centralità, lavoro. Lovaglio prova invece a costruire un Monte abbastanza grande e forte da poter scegliere il proprio futuro.
Fidarsi? Chissà. Ma questa volta sarebbe meglio farlo dopo aver visto le carte. Tutte.
Katiuscia Vaselli